La porta
Siamo rimasti in due e io sono l’ultimo a dover entrare. Prima di me, una donna molto vecchia e avanti negli anni, novanta, forse cento passati, non saprei dire esattamente. Mi sorprende che tu sia qui, in quest’anticamera, anzi, forse sei invecchiata qui, sempre seduta sulla stessa sedia, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ad aspettare che sia il tuo turno. Ora ti sei alzata con molta fatica dalla sedia e vai verso la porta facendo i pochi passi, che ti separano dalla maniglia, molto lentamente. Non mi guardi e ti sento già molto lontana, silenziosa, irreale. Te ne sei andata oltre la porta e non mi sono nemmeno accorto se l’hai aperta tu o se è stata aperta dall’altra parte; non saprei dire da chi. Ho visto appena la maniglia ritornare alla sua posizione di partenza, immota. Attorno a me il silenzio è funereo, Sulla parete alla mia destra, proprio sopra alla sedia che hai lasciato vuota, c’è una vecchia natura morta, dipinta ad olio, cornice in legno scuro e malconcio. Il quadro pende leggermente da una parte, quasi che il tempo trascorso si fosse poggiato più su un lato, o forse è la polvere che si è adagiata maggiormente su quel lato della cornice. Sudo leggermente e l’aria ferma e pesante mi toglie il respiro. Vorrei aprire la finestra che mi sta di fronte per far entrare un po’ di aria fresca, ma, non so perche, alla fine me ne manca il coraggio. Sulla mia sinistra la porta pesante e scura dove te ne sei andata poco fa e da quel momento mi sembra che il tempo si sia fermato per sempre. Sopra la porta un orologio fermo, chissà da quanto, mi provoca nausea e una sensazione di smarrimento. Le pareti sembrano ruotarmi attorno, incessantemente. Porgo l’orecchio sinistro, come un cane da punta, verso la porta per afferrare anche il rumore più pallido e soffocato. Nulla. Faccio scorrere lo sguardo sul vestito che ho indossato per venire in questa stanza; molti anni fa, venti o ventidue se non mi sbaglio, anche tu, fiore non ancora sbocciato, te ne sei andata per quella porta e mi hai lasciato di te solo il ricordo del tuo profumo. Sento gocce di sudore scendere la fronte e il collo, la camicia e la cravatta che mi hai dato quel giorno mi soffocano leggermente, ma non mi riesce ad allentarne la stretta. Ora mi sento molto più vecchio di quando sono entrato qui, quasi che avessi ereditato l’età dalla vecchia che se n’è andata poco prima di me. Un brivido mi scuote come se un fulmine mi avesse centrato nel cuore; una risata roca e fredda mi atterrisce. All’improvviso mi manca il respiro e vorrei gridare qualcosa, ma le parole mi muoiono in gola. La stanza è molto più fredda di quando sono entrato, le braccia e le gambe hanno dei sussulti da febbre e faccio fatica a tenerle ferme. Dall’altra parte della porta c’è un rumore soffuso come se qualcuno avesse spostato una sedia. Non sento altro, ma per me è il segnale che è arrivato il mio turno di andare oltre la porta. Mi guardo un attimo attorno per vedere se non ci sia qualcuno da lasciare andare prima di me, ma sono proprio solo e non mi resta che alzarmi e muovermi verso la porta.