Circa le quattro di pomeriggio del diciotto marzo duemiladieci.

Il ronzare dei distributori di bevande e merende mi fa da sottofondo in questo giorno dal tempo primaverile e leggermente soleggiato. Le finestre della caffetteria di via Dufour al quarto piano sono aperte e da fuori entra il rumore del traffico di Basilea e si unisce a quello dei distributori automatici. Davanti a me, una doppia porta aperta, mi lascia vedere bene il corridoio della scuola professionale privata per infermiere e impiegati. Il corridoio è ancora vuoto e presto si riempirà allo scoccare dell’ora della prossima pausa. Ogni tanto passano delle studentesse che vanno al gabinetto. Una ragazza entra nella sala da ricreazione e infila delle monete, ma l’apparecchio è guasto. Riprova ancora con quello accanto e questa volta le va bene. Ci vado anch’io e ci metto due Franchi Svizzeri per una cioccolata calda. Di fianco, alla mia destra, una segretaria affigge dei depliant sulla parete del corridoio. La osservo di profilo e subito mi balza agli occhi la capigliatura ondulata, scura e molto voluminosa, con i capelli che le arrivano ai fianchi. Il corpo è magro, ma non sgraziato; è un punto esclamativo all’ingiù, leggermente inclinato in avanti e la pancia è una virgola appena accennata. Scendo velocemente in strada a mettere delle monetine nel tassametro del parcheggio e risalgo su al quarto piano con l’ascensore. Mi siedo in corridoio su una panchina. Da lì posso osservare sulla mia sinistra una porta da cui usciranno le ragazze all’ora dell’ennesima pausa di quindici minuti. Ho altresì modo di tenere d’occhio il corridoi per tutta la sua lunghezza, che saranno circa ottanta metri, per poi svoltare ad angolo per ben due volte e ritornare sul punto di partenza. Si avvicinano le sedici e dodici e ho ancora dieci minuti disposizione. Osservo il pavimento di plastica verde brillante e ben pulito. Le lezioni iniziano al mattino presto e finiscono a sera, con un alternarsi di classi differenti che comprendono corsi per impiegati oppure per segretarie d’ambulatorio. Mi ero ripromesso di parlare di Cappa Dikappa, il baffone, capufficio e sbirro, simpatizzante dei servizi segreti israeliani. Lui che qualche volta mi sorride e altre ancora mi maledice per la mia sfacciataggine. Ecco le sedici e ventidue.

Vociare dalle aule attigue. Passi di galoppo, porte che si aprono e chiudono. Il baffuto entra e mi sputa in faccia le sue accuse. Se hai sbagliato, me lo devi dire chiaro, e tondo! Capito? Le ascelle gli puzzano più dell’alito che mi scaglia quelle invettive. Io giro la testa di quarantacinque gradi per evitare una porzione di tanfo. Glielo urlo da questo punto di vista forzata, da torcicollo. Il mio prete si chiama Arthur Schopenhauer! Hai capito? Per lui la verità è quella che riesco a metterti in testa io e non quella nuvola puzzolente che ti sei portato dietro! La verità è che tu devi essermi leale e mi devi cantare tutto! ribadisce lasciando uscire quelle parole melliflue miste ad alito ancor più puzzolente. Dovrei voltargli le spalle per non respirare i suoi pensieri puzzolenti. Ascolta quello che mi ha insegnato il Schopenhauer: se ti mancano i fatti da sputarmi addosso, la storia è quella che ti ho raccontato io; mettitelo in quel poco di cervello che non puzza ancora. I baffi gli tremano.

 Il vociare delle ragazze che escono si fa assordante. Io riprendo e gli urlo ancor più forte: “baffuto e codardo, studiati la filosofia”! Mi volto e me ne vado con la vittoria tra le mani.

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