LaStrada 2
Come mi aveva raccomandato l’anziana signora, ora dovevo fare attenzione a non prendere la via più larga che formava un incrocio ad angolo retto con il viale della stazione, ma dovevo invece imboccare una strada più stretta che potevo scorgere facendo alcuni passi sulla sinistra e poi, dopo la prima casa alla mia destra, potevo scorgere di fianco ad essa, ed era praticamente il proseguimento del viale della stazione, ma spostato di una decina di metri sulla sua sinistra, la via che stavo cercando; così o più o meno così me l’aveva descritta. Da quando ero sceso dal treno, erano passati almeno venti minuti e ne mancavano trentacinque sino all’inizio della mia nuova vita. Ora dovevo percorrere circa cento metri e poi imboccare il secondo vicolo a sinistra, quindi, quasi a metà percorso avrei dovuto trovare una palazzina a due piani. Leggermente arretrata dal vicolo principale, con un cancello di ferro battuto e a fianco, dei campanelli di cui uno portava la dicitura: redazione. Ormai avevo smesso di contare i passi; la stazione mi sembrava molto lontana, quasi un luogo del passato o quasi vi fossi stato alcune viti precedenti a questa. Mi venne in mente il mio capufficio, che per qualsiasi piccolezza, mi chiamava nel suo ufficio, mortificandomi come fossi un bambino delle scuole elementari, e mi mostrava furibondo il mio ennesimo errore. Allora scrivevo descrizione da inserire nel catalogo dei prodotti che la ditta produceva. Mi venne in mente il giorno in cui dovetti fare una prova scritta per essere assunto in quell’azienda che produceva beni e accessori da ufficio. Allora, ancoro giovane e al mio primo impiego, mi dettero un tagliacarte in metallo argentato, una penna stilografica e un foglio di quelli che si usavano allora dal formato quaderno grande, doppio e a righe. Mi dissero che se avessi superato la pro, quel tagliacarte sarebbe stato mio.