Mi fecero accomodare in una stanza attigua a quella del colloquio e mi dissero che avevo due ore a disposizione per svolgere la prova di assunzione. L’ufficio era una camera rettangolare, lunga circa tre metri e larga due metri. Una finestra sulla parete più corta illuminava lo scarso arredamento; un tavolo in noce scuro e quattro sedie dalle spalliere alte, il tutto in stile classico e massiccio. Se ben ricordo, tutti i mobili erano in legno di noce. Mi sedetti in modo tale da avere la finestra di fronte; potevo così osservare un albero molto vecchio e robusto. Alle mie spalle un mobile anch’esso in legno pieno e scuro; sopra, al centro del ripiano, una piccola scultura in metallo verniciato di lacca nera, che non faticai, anche per via del mento sproporzionato, a riconoscervi il volto di Benito. Sul tavolo vi erano riposti alcuni fogli in carta rigata e a doppia pagina, come quelli che si usavano per fare le domande al municipio in carta bollata. Una stilografica in metallo solido, poggiata su un portalettere in metallo e marmo, rosa antico, aspettava desiderosa che mi mettessi al lavoro. Tutti gli ornamenti presenti erano di produzione della “Riguardi Accessori”, la ditta in cui mi apprestavo a dare tutto il mio zelo e le mie giornate con tanta voglia di fare carriera, senza risparmio di energie e senza pensare semplicemente al tornaconto personale, come si era premurato di ripetermi più volte il Signor Riguardi; il vecchio, come usavano a chiamarlo molti dei suoi dipendenti, contrapponendolo al giovane, che si chiamava Arturo Riguardi, figlio di Arturo Riguardi, il vecchio. Presi tra le mani il tagliacarte che avrei dovuto descrivere con circa otto cartelle, quattro pagine fitte, per dire ciò che il sostantivo già descriveva a meraviglia: “Taglia carte”. I pensieri mi portarono a uno spezzato di cronaca: “a questo punto l’assassino prende un tagliacarte e inizia a pugnalarla a ripetizione. Saranno ventinove i colpi inferti.” Mi figura che la frase fosse collegata al Delitto di via Poma, avvenuto se non sbaglio il 7 agosto 1990 in via Poma 2. Mi rimproverai di non smarrirmi e di non divagare, perché, nonostante tutto ciò di macabro che un tagliacarte poteva simboleggiare, la sua natura era semplice e nobile. Parlandomi mi dissi: Incomincia subito a scrivere, che la forma e il contenuto si susseguiranno da sé. “Un tagliacarte ha in sé delle qualità e dei pregi, che vanno molto oltre alla sua mera funzione di aprire buste da lettera o dividere fogli in più parti”, pensai. Oppure avrei potuto incominciare con un più stringente: “Qualità e pregi dei tagliacarte della rinomata ditta di accessori da ufficio, la Accessori Riguardi, defluiscono dalle sue linee semplici e dall’accurato design classico, oltreché dall’impiego di una lega d’argento speciale che ne garantisce una lucida e infinita esistenza, capace di riflettere l’origine elitaria del sui acquirenti”. Rilessi più volte le poche righe d’apertura e tornai a osservare attentamente il tagliacarte della “Accessori Riguardi”. Lo rigirai più volte tra le mani, lascai le dita scorrere sulla sua lama appuntita, ne palpai il rigonfio al centro della lama, accarezzai con il polpastrello la punta affilata e premendo leggermente ne verificai la capacità di incidere. Come un film vedevo nella mia mente scorrere le seguenti parole che avevo letto su Wikipedia: “Puntina, a differenza delle puntine tradizionali che per essere tolte devono essere scalzate con l'uso di un tagliacarte, coltello o con le unghie. La puntina è una sorta di spillo che si usa per attaccare provvisoriamente un foglio, generalmente di carta, a una superficie dura ma perforabile (legno, sughero, materiale plastico).” Certamente non avrei mai usato il tagliacarte che avevo tra le mani per attaccare provvisoriamente un foglio, generalmente di carta, a una superficie dura ma perforabile; al massimo avrebbe potuto trovar posto in un film Western per appendere una taglia da un milione di dollari.
Zurück zu Home